vecchie conoscenzeVecchie conoscenze -  Antonio Manzini

Bravo, bravo, bravo Manzini! Divorato in un batter d’occhio, due giorni appena, questo suo ultimo romanzo,decima avventura, che mi pare una delle sue prove migliori. Dietro l’impalcatura del giallo, scrive di amicizia Antonio Manzini, di tradimenti, di solitudine, di bisogni, di sentimenti.
Qui il vicequestore indaga sull’omicidio di un’anziana professoressa accademica e studiosa di Leonardo da Vinci, uccisa nella sua abitazione tra bassezze del mondo universitario e ferite del passato che si riaprono.
E’ il passato che non passa e non da’ tregua al Rocco Schiavone a cui ci siamo affezionati, rude, scontroso, ruvido, eppure così sincero, vero con quel suo adorabile caratteraccio. Perchè dietro quella scorza dura, dietro il suo essere solitario,scontroso, disilluso, lo sappiamo, si nasconde anche una profonda malinconia. Qui tormentato e ancor più solo, davanti giorni grigi e tutti uguali, con la sensazione della ”vita che se ne andava un pezzettino al giorno, veloce e silenziosa”. Vecchie conoscenze appunto riemergono e riportano frammenti di ricordi che gli stravolgono la vita: Marina non c’è più, anche se continua a parlargli e a spronarlo, gli mancano Cecilia e Gabriele, trasferitisi a Milano, ritornano in scena il carissimo amico d’infanzia Sebastiano, il suo acerrimo nemico, il pentito Enzo Baiocchi e Caterina che aveva dovuto cancellare……
Azione, come sempre ad Aosta, inverno che non passa mai, neve, freddo, il loden quasi d’ordinanza, le Clark sempre fradice. Ritroviamo lo scenario a noi familiare, tutti i componenti della squadra, un po’ meno sgangherata, le cui vite private si affacciano qua e là tra le pagine, ognuno di loro con problemi quotidiani vecchi e nuovi e debolezze nascoste . Sottotrame e coinvolgimenti umani che rendono la lettura coinvolgente e in certi tratti commovente, tanto che vorresti uscire dal libro ed andare ad abbracciarlo Schiavone/Giallini (ormai tutt’uno).
Si sente dell’autore il gusto di narrare, l’amore per i suoi personaggi coloriti dai dialetti ( il mio conterraneo D’Intino mi strappa sempre la risata), la grandissima abilità di fondere in modo perfettamente congruo due storie drammatiche rovesciando la prospettiva dell’indagine e spiazzandoci ad ogni passo. Il tutto condito con una sottile, gradevole, vena di humor , in una scrittura sicura e sempre controllata - mai una sbavatura , una parola o una battuta di troppo- con un sottofondo di amara malinconia che però non impedisce di ridere e sorridere, così da rendere ogni nota, anche la più drammatica, più lieve, in un riuscitissimo e raffinato connubio di commedia e dramma, di risata e riflessione che riconcilia con la vita , nella consapevolezza che ogni giorno, ogni anno che passa si perde qualcosa, o qualcuno.
“Ci sono dei giorni in cui si percepisce che un pezzo della nostra vita se n’è andato, e seppelliamo la nostra faccia di una volta perché non ci appartiene più. La faccia, quella ce la disegna il tempo, ogni ruga per ogni sorriso strappato, le diottrie in meno per ogni riga che non volevamo leggere, i capelli abbandonati chissà dove insieme al loro colore, e quello che vediamo spesso non ci piace, ma è soltanto l’inizio di un nuovo episodio della nostra esistenza. Ci conviene conservare ciò che ci rimane per poterlo portare avanti, fino alla prossima stazione quando anche quest’altro pezzo della vita non ci apparterrà più, e avremo allora un’altra faccia, altre rughe.” (MariaPia)

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