donnafugataDonnafugata - Costanza di Quattro 
 
Un uomo, una famiglia, una regione, un’epoca, l’Ottocento. Donnafugata è tutto questo, grazie all’amore di una discendente che ha deciso di ricostruire la storia di un suo avo, della sua vita e della sua dimora privilegiata.
E’ Corrado Arezzo de Spucches, barone di Donnafugata, il protagonista assoluto di questo romanzo che si muove tra presente e passato, con capitoli che raccontano ciascuno una storia, vicina o lontana nel tempo, tra il 1833 e il 1895, non in ordine cronologico, ma rievocando eventi che si snodano nel tempo.

 

E’ lui, infatti, il Barone, il punto fermo della famiglia, il perno attorno a cui ruota tutto, la faccia bella di quella Sicilia che l’Autrice ama raccontare. A partire dalla sua infanzia di “baronello” - destinato a raccogliere l’eredità della filanda gestita dal padre – fino al giorno della morte. Il barone è un uomo di potere, di rango ma soprattutto di spirito elevato e di grande forza interiore e il ritratto che ne fa l’autrice lo rende profondamente umano, nobile: prima un bambino vivace e curioso, poi un giovane pieno di ideali e voglia di cambiare le sorti della sua terra oppressa dalla dominazione borbonica, un amico sincero e fedele,quindi marito appassionato e devoto, padre affettuoso e protettivo, infine nonno presente pur se tormentato da insuccessi, lutti e dolori privati.
Ne viene fuori il ritratto di un uomo “gentile”, colto, illuminato, lungimirante e per certi versi, moderno – nel riconoscere i diritti ai suoi lavoratori o nel richiedere la loro istruzione - che approda ad una visione del tutto disincantata,quel pessimismo innato e atavico, quella concezione dolente quasi connaturata all’animo dei Siciliani, come alcuni affermano: “Ragazzo mio, anche vent’anni fa ho sentito lo stesso furore contro i sovrani. E poi siamo tornati sui nostri passi. Silenziosi, accondiscendenti e remissivi. Siamo siciliani, un popolo costretto alla dominazione” in cui non si può non cogliere quella visione scettica di don Fabrizio, principe di Salina, ne “Il Gattopardo”. Un uomo disilluso dalla vita ( ancora ”Dal Quarantotto al Sessantacinque ho sognato. Si fa presto a dirsi sognatori quando nel cuore batte una gioventù spietata. E’ poi la vita vera che ti sveglia, che ti mette di fronte, con cinica crudeltà alla verità delle cose. Il mio sogno adesso lo sto pagando sulla mia pelle e tanti altri, come me, se lo trovano inciso come un marchio a fuoco. Ci siamo innamorati della donna sbagliata, nulla più. E’ un destino ingiusto, quello di questa terra, condannati a sopravvivere per far vivere chi ci comanda”(pg. 157),ma sempre pronto ad amare senza condizioni e a prendersi cura della sua famiglia.
E Donnafugata, castello magnifico situato nel comune di Ragusa, che dà il titolo al romanzo è il vero fulcro del libro,quasi coprotagonista, “il suo mondo, quel piccolo mondo.., la sua prigione, il suo volontario esilio, la sua protezione dalla vita”. E sarà proprio Donnafugata che accoglierà il Barone nei suoi ultimi giorni con i suoi ricordi e i profumi, lì avverrà l’ ultimo, struggente colloquio con la nipote durante il quale la esorta ad aspirare costantemente alla felicità. E là, per l’ultima volta, egli “si perse tra le mura alte … e si sentì protetto”, poiché “ solo chi sa perdersi trova la strada giusta”.
Cosa mi porto dietro di questo libro?
La forza dell’amore in tutte le sue sfaccettature, tenero, devastante, protettivo.
Il valore e il calore dell’amicizia, sia quella che nasce istintiva superando le distanze sociali e dura una vita sia quella consolidata , fondata su affinità spirituali e culturali, quella vera,che sempre “non teme i silenzi ma li ascolta”. (Il rapporto con Micheluzzo, quel bambino affamato cui donò pane e latte, e che divenne il suo migliore amico, prima, e il suo braccio destro, dopo, è un rapporto unico, profondo, capace di andare oltre alle differenze sociali, mi ha affascinato ed è una delle cose più belle e commoventi del libro).
ll sentimento della vita che scivola via tra amori, incontri, passioni, nascite,dolori, speranze, nostalgie , per approdare alla malinconica accettazione delle cose, alla consapevolezza della fragilità terrena e della caducità della Bellezza sottoposta all’azione corrosiva del tempo, racchiusa nella suggestiva immagine del variopinto roseto che orna il giardino di Donnafugata, nel dipinto della copertina e nel passo riportato nel retro-copertina: “Non siamo altro che rose. Duriamo il tempo di un sorriso, di un ricordo da custodire, di una notte da ricordare. E quando ci voltiamo indietro, di noi resta solo la scia debole di un profumo che è stato intenso”.
La capacità dell’autrice di raccontare e descrivere con raffinatezza ed incisività le atmosfere e i fasti di una Sicilia antica, gli odori e i colori, i palazzi barocchi illuminati dal sole, gli interni sontuosi, le processioni per il patrono San Giorgio, la calura soffocante di certe giornate estive in cui il tempo pare fermarsi, le espressioni dialettali che contengono il sapere antico della tradizione popolana( matrimoni come“casci ciusi”, non sai mai cosa c’è dentro un matrimonio,pg.107)
Un romanzo dal solido impianto narrativo, ben equilibrato, dal ritmo narrativo avvolgente in uno stile limpido, evocativo, a tratti poetico.
Un libro di grande fascino, di fulgida austera bellezza dietro un velo di tristezza e di malinconia, che mi ha tenuta avvinta dalla prima all’ultima pagina e che consiglio a chi ama la Sicilia, gli affreschi storici, le saghe familiari, le emozioni profonde, il racconto di vite piene e degne.(Mariapia)

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