arte di legare personeL'arte di legare le persone - Paolo Milone
 
La quotidianità del Reparto77 della Psichiatria d’Urgenza è quella che troviamo in questo libro singolare, scritto da un uomo che per quarant’anni si è occupato e preoccupato per l’altro, il ”matto” che si è smarrito , lo ha ascoltato con rispetto, lo ha accolto camminando insieme a lui e condividendo il suo dolore. Perché “i matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro è un tiro di dadi riuscito bene – l’ultimo dopo un milione di uguali –per questo noi stiamo dall’altra parte della scrivania”.

 

Non si atteggia ad eroe il dottor Milone, anzi si definisce “una specie di pompiere” con il compito di salvare gente perduta “come in un incendio, come in alto mare” magari improvvisando e rischiando, a cui capita anche di dover andare a raccattare i pazienti in fuga col solo pigiama tra i carugi della città vecchia. In una Genova, dove lui vive e lavora, splendida, colta per squarci, con quel mare che ascolta e contiene, di cui senti il respiro, quel mare “che raccoglie tutte le lacrime del mondo […..] e davanti al quale ritrovi il tuo posto nel mondo”.
Non un martire ma solo un medico empatico e attento, capace ancora di interrogarsi, di mettersi in discussione, di provare sentimenti come la colpa, il rimorso per quelli che non ce l’hanno fatta, di difendere le sue scelte, di rinunciare a guadagni e vite comode in nome di una professione ” che è all’ottanta per cento una posizione etica, il restante venti per cento è mestieraccio”. Un corpo a corpo quotidiano, fisico e mentale tra paziente.e psichiatra, il cui compito “è contenere, riunire frammenti spezzati fra loro, mettere insieme mente e corpo, riunificare la persona. Fare di pezzi, uno.[….] Ma questa è la cosa bella del nostro mestiere:si passa dalla tauromachia a distendere la mano perché una farfalla in volo vi si posi leggera.”
Come con Luciano che si è fatto vento per essere più forte del dolore, più forte della paura, più forte del rancore; con Giuliana che si è sepolta viva nella sua camera; con Chiara e i suoi occhi limpidi, come una piantina in vaso, dalla felicità stretta, triste; con Lucrezia dal sorriso beffardo; con Carmelo e le sue astuzie da delinquente recidivo . Che smettono di essere casi e vengono trattati come persone, ognuno con i propri bisogni, sia che li si ascolti nella magica “stanza del glicine” sia che si renda necessario “legarli”, o andarli a prendere a forza per un TSO.
E’ un libro luminoso questo, nonostante il dolore che vi è compresso. Un quasi diario irregolare, una raccolta di pensieri sparsi, dove senti l’autenticità, l’umanità in ognuna delle duecento pagine perché Milone sa raccontare “la pena di vivere così” di quei malati che “non sono una matassa da sbrogliare, sono sacchi sfondati e rattoppati mille volte” perché “il dolore che combattono non è il dolore, la paura, la speranza che vacilla. Non è perdere la vita, ma perdere se stessi”. Un libro dove non ci sono definizioni mediche, teorie, tematiche psicologiche, giudizi, generalizzazioni, o belle parole, rassicurazioni fasulle e pietismo,ma tentativi, confini entro cui ricostruire identità andate in pezzi. Solo interrogativi scomodi, che inquietano, che affrontano nodi difficili tra lo sconforto, l’impotenza, l’esasperazione, alcuni ai limiti del paradosso, altri con risposta : dove finisce la libertà del paziente e inizia quella del medico? - Qual è errore commesso che avrebbe potuto evitare il suicidio del paziente ricoverato? -“E’ cattivo chi lega? - E’ cattivo chi abbandona il paziente” - “Qual è il momento giusto per morire? - Più in là”. O affermazioni sorprendenti: “ Dire a un paziente psichiatrico che la malattia mentale non esiste è come dire al paziente che quello che prova non esiste, che lui non esiste”.
Sa trovare le parole giuste Milone, quelle “parole di paglia” che sanno diventare poesia anche se “la poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia […] Perché il dolore psichiatrico è un dolore impoetico, inutile[…], un dolore che non insegna, non rigenera, non rinnova. Non dolore di crescita ma di prigione”. In una prosa diretta,svelta, sincopata e lirica nella stessa pagina.
Non cerca emozioni facili Milone, sgrana ricordi, momenti vissuti, frammenti anche di vita privata,esperienze “di chi guarda l’abisso con gli occhi degli altri”, riflessioni sull’esistenza umana, sulla malattia, le cure, i suicidi, la morte, “la Signora che non compare all’improvviso, non scende dall’alto con la spada scintillante; è un randagio che fruga ai tuoi piedi , se non la cacci ti azzanna, una volta che ti ha fiutato non ti molla più”. Con sincerità e pacatezza, smitizzando una professione che non è teoria ma richiede dedizione, professionalità, passione (“L’importante in questo mestiere non è quello che dici o quello che fai ma esserci.”). Un’arte.
L'arte di legare le persone.
Legare le persone al letto.
Legare le persone a te.
Legare le persone alla realtà.
Legare le persone a se stesse.
Legare le persone è un'arte.
Inconoscibile.
Quando chiudi il libro, oltre le emozioni forti, questo pensiero ti rimane incollato addosso: “Se non hai mai provato il dolore psichiatrico non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci.” (Mariapia)

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